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venerdì 29 novembre 2019

Favolose origini e tesori nascosti a Sanremo

Vista di Sanremo da levante.
Nel 1996, a Sanremo, Andrea De Pasquale pubblicò un libro edito da "Edizioni Casabianca" dal titolo "San Remo Romana".
Questa pubblicazione ci riferisce ciò che è stato scritto sulle antichità locali, è corredata di foto e mappe e, cosa intrigante, in appendice pubblica un manoscritto anonimo del 1.700 che ci svela una serie di notizie favolose:
- esotici e mitici ospiti dell'antico nucleo matuziano, che ne giustificano lo stemma,
- favolosi tesori mai ritrovati,
- l'ipotesi del toponimo "Matuzia" riferito all'antica Sanremo.
E' curioso il fatto che Fetonte, che nel mito greco é figlio di Helios, amico e parente di Cycnus, re dei Liguri , qui è un sovrano greco dei Focei, il cui figlio è Ligure, da cui i nomi Liguria e Liguri.
Per visualizzare il post "I Liguri: Storia e Cultura", clicca QUI

Gonfalone del
Comune di
Sanremo.
Ecco come ci presenta il manoscritto il De Pasquale:

EDIZIONE DI UN ANONIMO
MANOSCRITTO SETTECENTESCO SULLE
ANTICHITÀ' DI SAN REMO

Nel 1924 Antonio Canepa pubblicava, negli "Atti della Società Ligure di storia patria", alcuni stralci di un manoscritto anonimo (1) riguardante le scoperte archeologiche di San Remo, di proprietà della famiglia Grossi, assegnandolo all'abate Gio Batta Grossi (XVII-XVIII secolo) in base ad una citazione nell'opera stessa in cui l'autore, parlando in prima persona, diceva di aver già scritto il "Monte di pietà", volume appunto di tale prelato. 
Sanremo - Campanile di San
Siro visto dalla Pigna, la città
vecchia.
Questo lavoro manoscritto si presentava mutilo, in particolare nella parte in cui venivano narrate le scoperte archeologiche effettuate in regione S. Martino; inoltre il Canepa ne editava solo parziali e limitati brani, non prendendo minimamente in considerazione le ipotesi erudite e le congetture, pur generalmente fantasiose, dell'autore.
L'attuale irreperibilità di tale opera rende quindi particolarmente significativa l'edizione di un ulteriore manoscritto, di un anonimo compilatore, che attinse per lo più dal primo, completandolo di tanto in tanto con osservazioni personali. 
Inoltre quest'ultimo, essendo integro, reca anche le parti perdute del manoscritto Grossi. Tale lavoro si conserva nell'Archivio di Stato di Genova, contrassegnato con il nr. 253. 
Nella "Pandetta della collezione dei manoscritti e libri rari" si trova così indicato: "Antichità di Sanremo (ms. forse dell'abate Bernardo Poch, sec. XVIII)". (2)

Note: (1) - Cfr. A. CANEPA, Note storiche, cit., pp. 103-109. L'opera di G. B. GROSSI (II Monte della pietà: o siano i miracoli di Nostra D. della Costa nella città di S. Remo) venne stampato in Genova nel 1683 presso Anton Giorgio Franchelli. 
(2) - Non è stato possibile motivare tale attribuzione, indicata già in modo dubbioso, al religioso Poch, noto per avere scritto intorno al 1730 i "Saggi dell'Annali sanremaschi" basati sullo "Spoglio delle scritture di San Remo per provare la sovranità della Repubblica", lavori lasciati manoscritti ed entrambi conservati nella Sezione di Archivio di Stato di San Remo, se. 91 nrr. 167-168. In entrambi mancano accenni alle scoperte archeologiche in quegli anni e quindi, per mancanza di dati sicuri, si preferisce considerare anonima l'operetta di carattere antichistico. Sono di mano dell'autore del nostro manoscritto gli appunti, riguardanti soprattutto spogli bibliografici su San Romolo e i Liguri, evidentemente poi riutilizzati per l'opera in oggetto, conservati in Archivio di Stato di Imperia, fondo Bianchi di Lavagna, fald. 5, reg. 9 (Manoscritti sulle antichità di Sanremo), ed anch'essi anonimi.

Sanremo - Palazzo con le insegne di
Genova in Piazza dei Dolori,
(della Madonna dei 7 dolori) nella
Pigna, la città vecchia.
E' cartaceo con copertina in cartone rivestita di pergamena, tarlato in corrispondenza della rilegatura e scollato. Si compone di 60 carte di cui le prime tre bianche (come il verso di p. 2) e, dalla 4 alla 41, numerate sul recto da 1 a 38; le restanti (19) sono bianche. Sulla copertina e di traverso sul dorso, su striscia di carta incollata, vi è la scritta: "Antichità di San Remo", che è anche ripetuta sul dorso in alto, a penna e in corsivo.
Sia l'operetta del Grossi che quella anonima che ora si edita ben si inseriscono nel revival antichistico che caratterizza il Ponente ligure negli anni del XVI-XVIII secolo e che trovò soprattutto tra i ceti maggiorenti di Albenga la maggiore esplicitazione, con intensa opera storiografica, di collezionismo archeologico e di "memoria dell'antico" (3). Oltre all'importanza archeologica è interessante segnalare alcune congetture erudite che, anche se praticamente nell'integrità da escludere, dimostrano il fervore per la valorizzazione delle antichità della zona. Ventilando l'ipotesi che il territorio sanremese venne interessato dalla fondazione di colonie di Fetonte, sulla base di alcune testimonianze letterarie che vorrebbero quest'ultimo e Ligure ecisti in Liguria, si dice che la stessa area geografica fu occupata in seguito da popolazioni egiziane o palestinesi, come indicherebbe la diffusione del toponimo Ebraie e di altre significative località (Val d'olive, Val delle palme, Giordano).
Si spiegherebbe così anche l'origine dello stemma di San Remo in quanto questo reca un leone, simbolo, per alcuni autori, usato dai Liguri "in segno di libertà e signoria", e una palma, chiarissimo emblema ebraico.
Ai Palestinesi subentrarono nel territorio alcuni Focesi, appartenuti al gruppo di quelli che fondarono Marsiglia, che si stabilirono invece nella località detta "la Focea", quindi Foce. In tale regione infatti resterebbero i resti di un tempio con "la capra d'oro o irco d'oro, idolo degli istessi Focensi, o ivi da essi trasportato o ivi poi da essi fabricato, ma poi adorato da tutti". A tale proposito è narrata anche una leggenda che riguarda le difficoltà incorse nel poter recuperare tale statua e i fatti prodigiosi e violenti che capitarono agli sventurati che cercarono di tentare l'impresa, spinti dalla brama di ricchezza.
Viene anche studiato il toponimo "Villa Matutiana" che è spiegato con sistemi contorti per mettere d'accordo le ipotesi di vari studiosi. Si dice infatti che il "Castello di Matucio" si chiama così "per essere ivi abitato Lucio Mauticio proconsole romano"; quindi vi dimorò il cavaliere "Caio Mario, flamine di Manata in Roma, detto Gneio Mario, flamine Matutio", che, "cercando un'aria salubre per le sue infirmità" nel territorio della Foce, riedificò le case greche e "vi fece il suo castello con una bella villa" che si chiamò villa Matutiana, "indotto forse anche perché in queste parti si adorasse la dea  a cui serviva": di tale personaggio rimarrebbe una lapide "di antichissimo marmo" con l'iscrizione Caius Marius Flam. Matitt. eques romanus.

Note: (3) - Sul caso di Albenga: A. DE PASQUALE, La scoperta delle antichità, cit., pp. 11-55. Altri esempi artistici, legati soprattutto alla decorazione dei portali in ardesia, sono in corso di studio da parte dello scrivente.

Sanremo - Concattedrale di San Siro.
A Caio Mario subentrò Mario Maturo, citato nelle storie di Tacito come procuratore delle Alpi Marittime al momento delle lotte in Ventimiglia tra Otoniani e Vitelliani del 69 d. C. (4), che "abitò per longo tempo nel nostro castello della Foce, dando ancor esso alii nostri Liguri Focensi il nome di Maturiani".
L'autore prosegue illustrando come "all'antichità" del luogo "corrisponde anche la libertà" in quanto San Remo "sempre è vissuto e vive con quelle sole leggi che vuole et a se stesso prefige". A dimostrazione di ciò resta il fatto che gli Ingauni, Focesi et Intemeli, al momento della seconda guerra punica, rimasero ostili ai Romani, preferendo mantenere la loro indipendenza, e vennero domati solo dopo lunghe e impegnative battaglie. Naturale conseguenza è quindi ritenere San Remo municipio romano per il fatto che "municipia dicebantur civitates suo iure et legibus utentes": l'ipotesi comunque resta fantasiosa e illegittima, in quanto sicuramente San Remo non fu mai in età antica sede di una res publica.
L'anonimo procede parlando della cristianizzazione del territorio: dopo aver tracciato un breve panorama dei santi che, più o meno veridicamente, portarono il cristianesimo in Liguria, (5) giunge a discorrere di San Siro di cui riassume i dati agiografici, erroneamente collocandolo cronologicamente al tempo di Traiano e di Adriano.
Quindi si sofferma su San Romolo di cui nuovamente illustra le notizie biografiche: viene anche ricordata la tradizione locale - ignota alle fonti agiografiche - che vuole Romolo penitente nella grotta della Bauma, dove rimarrebbero "sassi da lacrime e sangue" bagnati dal santo e le impronte, nuovamente su roccia, dello stesso, insieme ad una croce tracciata con il dito da Romolo per scacciare il demonio.
Inoltre si segnalano le scoperte archeologiche sul Monte Gaggio, proponendo come etimologia dell'orammo un rapporto con "Caio Mio Cesare", sottolineando come l'antico nome "Caio" fu corrotto in "Gaggio".
Si fa infine presente la ricchezza della bibliografia citata nell'operetta (comprendente più di una quarantina di opere) che denuncia il possesso di una nutrita biblioteca. I titoli dei volumi sono però purtroppo riportati in forma abbreviata e quindi difficilmente identificabili, anche perché talvolta sono di diffusione locale e quindi non risultano presenti nei repertori generali; in ogni caso comunque è impossibile, nel caso di stampe ripetute in più periodi, capire quale edizione sia stata utilizzata.

Note: (4) - Erroneamente ritiene che negli scontri ventimigliesi  morì la moglie dell'imperatore Otone, invece della madre del generale Agricola. Cfr. sul periodo: ID. "La Liguria occidentale alla morte di Nerone (69 d. C.): storia e memoria dell'antico", "II menabò imperiese", 11, 1 sem. 1993, pp. 3-5.
(5) - Cfr. ID., La cristianizzazione, cit., spec. pp. 48-50.

Sanremo - Concattedrale
di San Siro.
Tra i volumi sono riconoscibili testi famosi di consultazione (compendi storici e geografici, dizionari, repertori) quali il Sommario overo età del mondo chronologiche di G. Bardi, il Dictionarium di A. Calepino, il Compendio historico universale di tutte le cose notabili già successe nel mondo di G. N. Doglioni, il Mappamondo historico di A. Foresti, l'Epìtome historiarum ab orbe condito usque ad annum 1595 di O. Torsellino, nonché opere generali di storia e curiosità del mondo antico (i Berosi sacerdotis chaldaici antiquitatum libri quinque di G. Annio, l'Antiquitatum romanorum liber di P. Manuzio, il De divisione et chorographia Italia in Berosus antiquitates di C. Sempronio Tuditano, i Regum, consulum, dictatorum ac eensorum Romanorum fasti di C. Sigonio) o di storia sacra (come gli Annales ecclesiastici di C. Baronie, la Legenda aurea sanctorum di Jacopo da Varagine, il Deprobatis sanctorum historiis di L. Surius, Htalia sacra di F. Ughelli).
Sono anche presenti volumi di storia locale come il De dìgnitate Genuensis reipublicae desceptatio di P. B. Borgo, i Clarorum Ligurum elogia di U. Foglietta, i Castigatissimi Annali di A. Giustiniani, ed altre opere meno note. (6)
Numerose risultano anche le citazioni o i riferimenti ad autori classici (Ammiano Marcellino, Cicerone, Dionigi d'Alicarnasso, Livio, Plinio, Plutarco, Tacito) per i quali comunque non è possibile capire l'edizione utilizzata: sembra però che per i testi greci furono consultate traduzioni latine, fatto che denuncerebbe la mancata conoscenza della lingua greca da parte dell'autore del manoscritto. (7)

Note: (6) - Su tali opere, per i titoli completi e le edizioni, cfr. The national union catalogne. Pre-1956 imprints, Mansell 1968-1981, rispettivamente nei voli. 35, p. 245; 89, pp. 634-640; 146, pp. 64-65; 178, p. 80; 598, pp. 212-213; 404, pp. 684-685; 360, p. 178; 538, p. 159; 546, p. 546; 36, pp. 325-328; 275. pp. 448-467; 577, pp. 138-139; 606, pp. 684-685; 67, p. 211; 176, p. 539; 201, p. 466.
(7) - Il testo è stato trascritto solo nella parte di carattere antichistico (carte l-27r. e 37 r.-37v.), tralasciando le pagine riservate alle vicende medievali e moderne di San Remo, sciogliendo tutte le abbreviazioni, salvo quelle ancora oggi utilizzate o facilmente comprensibili e quelle relative alla bibliografia, rendendo le "e cedigliate" nei dittonghi corrispondenti, secondo l'occorrenza, e le "j" finali come "i". La punteggiatura e i segni diacritici (accenti, apostrofi, virgolette) sono stati adeguati a quelli attuali. Tra parentesi quadre si trovano le poche lacune (i tre trattini sottolineano la perdita di un numero imprecisato di lettere), mentre sono precedute da un asterisco le parole di difficile comprensione o sostituite da due quelle illeggibili.

Carta di Sanremo nel 1.773, dopo le demolizioni a seguito
della rivolta contro Genova e la costruzione del forte di
Santa Tecla da cui i genovesi cannoneggiarono la Pigna,
fortezza della città vecchia.
Ed ecco il Manoscritto:

ANTICHITÀ' DI SAN REMO

"Della prima origine di San Remo assegnarne preciso il tempo è dificile, ma è riguardevole la sua antichità per essere ab immemorabili. In mancanza però di simile certezza, si deve osservare quello che insegnò Gio. Annio, Comentat. sopra Beroso: "Antiquitati de antiquitatibus magis creditur", e tanto più credito dar si deve a queste allior quando ad esse si uniscono i contrasegni delli nomi,
delli luoghi, dell'imprese, delle divise, delle traditioni de padri a figli, et altre memorabili circostanze di antichità che alle prime si confanno.
Fetonte, con Ligure suo figlio, furon quelli che con la loro famiglia condussero dall'Egitto in Italia colonie: così Caio Sempronio, Lib. descrip. Italiae: "Phaeton cumfilio Ligure, multis aetatibus et saeculis ante Oenotrìum colonias adiecit Italico litori"; et in appresso: "ab ortiis Tyberinis usque ad Niceam ecc. "; ultro citroque: "litus omne, Liguriam dixit", particolarizò anche il nome: "Montanos vero omnes Ligures, qui a Macra ad Niceam effunduntur".
Il Bardi, nel suo Compendio istorico, segna due venute in Italia di Faetonte: la prima l'anno 2110 (così a detto anno, e pag. 43), la seconda all'anno 2160, pag. 45, dove così: "Ligure fu gratamente raccolto da Siccano re, il quale le assegnò quella parte del Genovesato, detta poi Liguria ".
Emanuele Tesauro, nelle annotazioni del suo primo libro dell'Istoria di Torino, scioglie un dubio, se Fetonte e Ligure conducessero tante colonie e persone da popolare una intiera provincia; con l'auttorìtà de quasi tutti gli istorici dice: "Ligure o Fetonte, racogliendo da monti e da campi gli uomini sparsi, gli incorporò con i suoi, formandone le colonie, quali fondò nella Liguria e montana e piana", et in quel tempo già splendea l'alta città di Genova fondata da Giano, come insegna il Veneroso, nel suo Genio ligure risvegliato, onde si conosce che la riviera di Genova era già abitata; dall'istesso Caio Sempronio: "colonias adiecit; Liguriam dixit", e che detta riviera ricevesse il solo nome e gli accrescesse gl'abitanti e probabilmente fondasse quelle sue colonie o accrescesse quelle popolazioni con i suoi coloni in quei tenitori e luoghi più salubri per l'aria, fertili, dilettevoli et ameni che ritrovare potesse.
La costa di Sanremo con i 5 seni ed il monte della Costa a cui si riferisce
il Manoscritto.  
Questa probabilità passa ad una certezza mentre il territorio di San Remo che per spatio di 4 miglia, che tanti sono da un capo all'altro, nel mare con cinque seni quasi semicircoli s'incurva, et in ogniun di questi non può desiderarsi né aria più salubre e soave, né terreno più fertile, né sito più vago, né vita più amena e dilettevole, et in detti seni e poco discosti dal lido del mare appariscono è rovine di fabriche, et altre rovine nelle proprie rovine sepolte cavandosi il terreno si ritrovano, e molto bene dimostrano che cinque conspicue e principali fossero le popolazioni delle quali il nome mantenuto ne siti ed altre curiosità che cavandovi il terreno frequentemente si trovano, si dirà in appress[o].
Stemma del Comune di Sanremo.
Catone, nell'origini delle genti, pag. 529, e Sempronio, De divisione Italiae, fogl. 560, segnano che i Liguri inalberarono ne loro stendardi per loro insegna un leone, insegna di libertà e signoria; Dionigi Alicarnasso, lib. 1, fogl. 5 asserisce che i Liguri sono la stirpe più antiche dell'Italia.
Ma se si trovasse popolo fra i Liguri che mantenesse ne suoi stendardi simile impresa, alcerto che si potrebbe dire esser antico ne gli antichi, e tanto più se le tradizioni de padri in figli dicessero esser tal impresa sempre conservata dall'antichi padri sino alli moderni, o scolpite si vedesse in qualche marmo antico, non v'è dubio che per infallibile prova si dovrebbe tenere dell'antiquità di simil popolo e della sua origine.
Così per apponto è il stemma di San Remo: è continuato sempre ab antiquo, si' per le tradizioni de padri in figli, si' per relazione dell'abate Grossi nel suo Monte di Pietà, lib. 1, pag. 12, si' per le antique nel cui stemma vi è un leone che con le zampe si aggruppa ad una palma: l'aggionta della palma si dirà come e quando fosse aggionta al leone in appresso.
Il territorio di San Remo si dilata in undeci valli dal mare sino alli boschi: in queste si alzano anche altre colline quali pure in piccole vallette si piegano: ogniuna di queste ha il suo particolar nome e, non bastando alla valle il proprio, ogni collina, ogni valetta pure si segna con altro più particolare nome, a segno tale che in una sol valle, che dureva cinque miglia, nell'istessa vi sono più di trenta nomi diferenti l'uno dall'altro.
Causa meraviglia però che in tutti quelli seni ove si scuoprono le antedette rovine, con nome di Ebraie ogni sito si chiami quantonche colocati nelle soddette valli.
So che potrebbe levar questa meraviglia il dire che "braida" si chiama ogni qual luogo fertile et ameno, ma le potrei rispondere che in S. Remo vi sono più e più siti di fertilità, amenità, al pari e più raguardevoli di questa e pure braide non si dicono: vi è però una tradizione che li nostri antichi dicessero con tal nome di Ebroglia e per tali nominassero le popolazioni soddette ivi condotte non solo dallo Egitto, ma dalla Palestina, e questo si avalora con diversi nomi de siti della Palestina che per aponto simili si dicono in S. Remo come val delle Olive, delle Palme, Giordano e simili.
Focea (Phocaea), Cuma Eolica (Cyme)
e Smirne (Smyrna) nella Ionia,
nell'attuale Turchia, in Anatolia.
L'essersi unita la palma al leone nelli stendardi e stemma la traditione è che fuggendo li Foceni l'ira di Ciro, et abbandonando la propria città Focea passassero in Italia e Provenza, che in Calabria fondassero Velia, oggi la Scalea, come al Lualdi, pag. 254, cap. 4, et in Provenza la città di Marsiglia l'Olimpiade 42, come al detto Lualdi, lib. 2, cap. 2, pag. 7, e che in tal passaggio si fermassero alcune famiglie in questo territorio: indi poi detto sito fusse chiamato la Focea. Indi il castello della Foce, restando oggidì il nome corrotto di Foce a tutta la Valle, distinta in Foce soprano e Foce inferiore, in cui si vedono le antiche rovine di fabriche di un tempio dove pure riposa il nominato tesoro della capra d'oro o irco d'oro, idolo delli istessi Focensi, o ivi da essi trasportato, o ivi poi da essi fabricato, ma adorato poi da tutti; né si ha altra notitia da loro progressi: solo ne tempi de Romani vi è qualche memoria che sarà in appresso.
Sanremo - Villa Nobel, a levante
dal centro città, nei pressi di via
Val d'Olivi, che porta a Poggio.
(1° seno).
Il primo seno in cui cavandosi sottoterra, si ritrovano le vestigie di rovinate fabriche nelle proprie rovine sepolte, le quali chiaramente dimostrano esser ivi stata una delle antichi populazioni, resta alli piè di una collina e di una valle nominata val d'Olive, non già con tal nome perché in essa sola vi sii tal sorte d'alberi quando che tutte le altre valli e territorio di S. Remo ne è abbondantissimo, assai più, ma tal nome è ab immemorabili.
Resta lontano da S. Remo un miglio e mezo incirca verso levante: posa in pianura, ha alla sinistra un torrente e confina con la spiaggia del mare chiamato communemente l'Ebraida e da pochi la Vigna Grande. In detta pianura ovunque si cavi e solo all'altezza di 2 in 3 palmi sempre si trovano sepolte fabriche, et a nostri giorni si sono ritrovati ancora intieri, ma sotterranei volti et uno fra quali lavorato come a mosaico incrostato con varii quadrelli coloriti da varie vernici e profilati taluni d'oro.
In altri luoghi ivi contigui si sono ritrovate molte idrie, volgarmente giarre, ma piccole, asserendomi, chi le ha viste e ne ha havuto, essere all'alteza di due palmi e mezo e di un palmo e mezo di circonferenza nella loro mettà, e fra queste una da estraordinaria vaghezza lavorata di vernice cerulea ricoperta, chiusa e sigillatala con l'istessa il copercio dentro della quale fu ritrovato poco cenere; trovansi ivi diverse manette di metalli e rame e ne ho havute tal una il cui impronto da una parte un bosto, dall'altra due lettere S. C.
Il patrone per essa terra asserisce che suo socero ritrovasse oltre alcune monete di più pretiosi metalli, due pessi d'oro che pesavano 16 once, lavorati a somiglianza di quelli ferri che gl'alfieri a la moda portano sopra le loro bachette o bastoni, et altri diversi fragmenti di altri metalli; in oltre canali di piombo in longhezza ancora di più 20 palmi et altre lastre di simile metallo, et in alcuni luoghi oggidì zappandovi si sente, da sotterraneo vacuo, il rimbombo del colpo quando si percuote detta terra.
Sopra a questa pianura, solo divisa dalla publica strada romana all'altezza di soli palmi due, in altri luoghi di un palmo solo si trovano soglie di continuati muri con divisioni di stanze. Questi muri sono fatti con sassi riquadrati e lavorati a scalpello; al di dentro delle fabriche sono sassi quadri piccoli di un quarto di palmo in quadro; quelli poi che sono al di fuori sono lavorati a ponta di diamante et altri a bugne come dicono gli architetti moderni. Oltre a questi si ritrovano de medemi sassi di non ordinaria longhezza, e se ne vede uno di palmi 14 in longhezza, palmi 3 in larghezza e due di altezza, tutto riquadrato alla parte di fuori lavorato nella seguente forma:
Illustrazione del sasso di 14 palmi per 3 con decorazioni.
In altri posti si vedono anche fuor di terra vestigia di simili fabriche;  in un posto contiguo al sasso sopra segnato si ritrovò una giarra o sii idria piena 
Sanremo - Giardini di villa Ormond
a levante dal centro città. (2° seno).
di monete, ma tutte di metallo, et asserisce il patrone di esso stabile che erano in peso più di tre rubi e queste le vendette ad uno ricercatore di monete romane quelle quali avevano l'impronto netto et intelligibile a soldi 40 e 50 l'una e di queste ne fece più di cento lire moneta di Genova; quelle poi logore ne quali non si vedeva impronto le vendette a peso come metallo.
Sanremo - Villa Zirio, o Villa del Kaiser
(2° seno).
Trovò anche ivi una picciola lamela d'oro, al peso di un sechino; si trovano poi infinità di tegole, di canoni o sian trombette da condurre aqua, queste di terra, et ivi pure in altri luoghi si sente in rimbombo di posti vacui sotterranei et è fama ritrovarsi ivi sepolto un tesoro delli tre decantati ritrovarsi in queste nostre parti de quali si parlerà in appresso unitamente nel raconto della capra d'oro o irco d'oro come altri vogliono asserendone haverlo visto, ma con mezi illeciti né da ridirsi da noi.
Sanremo - Santuario della
Madonna della Costa
(2° seno).
A questo posto verso levante è uno scoglio assai piano e di qualche grandeza nel qual vogliono che ivi si sacrificassero le capre a Giunone; introdotto tal sacrificio da Ercole allora che ritornò di Spagna (che Ercole passasse per le Alpi Maritime nella Liguria ne fa fede Amiano ne libro delle sue Annot. 44), et oggi dì la Ciappa de caprari ancor si chiama, verso a ponente all'istesso e il Piano delle Palme, nomi tutti detti antichi Palestini et Egitii.
Il secondo seno qual pure non inferiore al primo in se stesso sepolte et occulte fabriche conserva: è lontano da S. Remo pochi passi quali ad un quarto di miglio verso levante; resta pure poco discosto dal mare et alii fianchi di altro torrente. Ivi parimente all'altezza di soli tre palmi di terreno si trovano muri di estraordinaria grossezza e di materia, e calce durissima con altri più sottili tramezati segni di continuati edifici.
Sanremo - Lo Zampillo
(fra 2° e 3° seno).
Cavandosi in una parte per agiustarvi una vigna si incontrò in uno di questi grossi muri e bisognando ivi cavare, si ebbe assai che fare in romperlo per servirsi di essi sassi, ma il cavare per bisogno passò a continuarsi per la curiosità per vedere quei sotterranei lavori e molto bene si conobbe, come si è detto di sopra, che quelle erano case, e fra le altre si ritrovò un ripostiglio in un muro, che noi armario diciamo, che al di dentro era liscio e fodrato di seta pavonassa, quasi come li ormesini arozati alla moda, in mezo del quale vi era una cassetta di piombo entro la quale si ritrovò cenere.
Sanremo dal porto vecchio
(fra 2° e 3° seno).
Non fu curioso l'inventore ad osservare se vi fusse verun iscrizione, né alla casseta, né altrove: si ritrovarono però molti chiodi di rame, tal uno anche lavorato con qualche rilievo; si ritrovarono ivi varie monete di varie sorti et in vari luoghi, sive di oro, di argento e metallo, et in vari tempi e continuano: ultimanatamente da 6 anni la prima da 3 la seconda volta si sono ritrovate due monete di oro, di Vespasiano la prima, di Tito la 2a quali sono alle mani del patrone di essa villa, e sono al giusto peso delle doppie di Spagna con di più di 14 grani, altre d'argento fra quali una di Giulio Cesare; 
Sanremo - Pian di Nave ( 3° seno).
di metallo poi continuatamente molte de quali con l'impronto de consoli romani con queste lettere S. C.
Sanremo - la Pigna, la città
vecchia. ( 3° seno).
Si è pure ritrovato qualche lastra d'argento non lavorato e qualche picciol pessetto di esso e di oro, tegole senza numero, qualche pesso piccolo di marmo, ma scuro, rottami de mischi rossi, alcune picciole ruote come di milinetti da braccio et in una parola poche e rare sono le volte che bisognando far qualche profondo lavoro o per propaginare viti e piantare alberi che non compaia qualche novità e qualche moneta.
Sanremo - Forte di Santa Tecla a Pian
di Nave, visto dal mare ( 3° seno).
Il terzo seno, in cui al presente verso la spiaggia del mare si dilata con le sue fabriche moderne S. Remo, è quasi una selva di alberi di cetroni e limoni, che Pian della Nave si chiama.
In questo o sii per l'altezza del terreno, o per non sradicare gli sodetti alberi non si sa esservi o ritrovarsi veruna curiosità, quantonque vicino et in meso a due torrenti.
Sanremo - Le Rivolte di S. Sebastiano,
nella Pigna, la città vecchia ( 3° seno).
Nella parte superiore che confina con la strada romana e sopra essa strada pure in altri giardini di simili alberi, in
occasione di fabriche ivi fatte, come di un monastero di Monache Turchine et altre case pure ivi fabricate, nel cavare le fondamenta si sono incontrati moltissimi avelli in varie guise fabricati et altri con tegole, altri di mattoni, altri di larghi sassi et altri con rosi muri, et in tutti questi si sono ritrovati cadaveri, molti ridotti in cenere, molti con l'ossatura ancora intiera et altri mezo disfatti; fra essi uno se ne ritrovò di maggior grandezza e di lavoro più 
Sanremo - Fontana in Piazza San Siro,
nel centro della città ( 4° seno).
raro, con tegole al di dentro incrostate al muro e colorite, entro alla quale un cadavere la maggior parte ridotto in cenere: la testa intiera e li schinchi dimostravano che fusse stato un corpo si estraordinaria grandezza et un anello che col suo diametro confermava che molto grosso fusse il deto a cui serviva.
Eravi pure una lastra di piombo piana, in cui intagliato IULIA, ma non vi era altra particolarità per venire in cognitione della persona, qualche vestiggio di fabriche ma di mattoni.
Sanremo - Torre della Ciapèla,
o Saracena ( 4° seno).
In questo piano è tradizione che ad honore di Matuta si celebrassero alcune feste e vi sarebbe luogo a credere che a somiglianzà detti dedicati da Glauco ad Ino e Melicerta cambiati in deità marine, da Greci adorati col nome Leucotoe e Palemone, ma dai Latini detti Matuta e Portunno creduto presidente de porti, e che il nome di Piano della Nave sortisse ad honore d'una vittoria avuta in mare dalli nostri antichi contro de corsari, et [...] abbrugiarvi le navi inimiche.
Al principio del 4° e vicino all'antedetto di Pian della Nave, che resta diviso solamente dal torrente, restano alcuni siti col solito nome delle Ebraide chiamati;
in questi pure si veddono vestigie di fabriche et in uno di questi siti cavandosi il terreno per formarvi un pozzo all'altezza di palmi 12 in circa fu ritrovato un mezo volto dentro del quale erano alcune idrie.
Sanremo - Il Casino ( 4° seno).
Pensò il patrone ritrovar oro in quelle, lecentiò gli operai per volere da esso solo osservare se quelle idrie corrispondessero a proprii desideri; quello ritrovasse non si sa: fu però creduto restasse deluso perché al mediocre stato della sua fortuna non si vidde in appresso ricevesse verun sollievo.
Ritrovò bene in appresso il pavimento di quel volto lastricato di quadrelli informa di mostaccioli con qualche vaghezza di vernici, molti de quali estratti intieri; ne fu formata una picciola stella in un atrio di una villa la più conspicua di San Remo, nè si sa vi sii altro di curioso.
Questi siti con li due antedetti sono fra se poco distanti l'uno dall'altro, e questa distanza non arriverà ad un terzo di miglio onde fa credere che realmente questo fusse il castello principale detto di Matuta, composto di queste tre si vicine 
Sanremo - La chiesa Russa.
(fra 4° e 5° seno).  
populazioni e quasi con uguale distanza discosti dalla Focide e dall'Ebraiche, o val d'Olive antedette.
E questo castello fusse abitato da uno di que' primi popoli fondati da Ligure, come lo chiama il Doglioni, o Legistro che così chiamalo il Torsellini et il Bardi, che scrisse che Legistro fundò i popoli della Liguria gl'anni del mondo 2118, e da questo si deve asserire quanto antica stirpe Catone: "orta est a Diis principibus", cioè dalli primi fondatori dell'universo doppo il diluvio per che Ligistro fu figlio di Fut, o sii Fetonte, nipote di Chamo per che Padre di Fetonte e pronipote di Noè da quale nacque Chamo ecc.
Sanremo - Statua della Primavera.
( 5° seno).  
Lontano mezo miglio da S. Remo verso Ponente resta il quinto sito qual Foci è dal vulgo si chiama, e prima Focea, ove poco lontano dal lido del mare et a fianchi del torrente più apertamente si vedono le reliquie dell'antichità che in vari muri con quadrati sassi fabricati conservasi e che di pompa fussero gli edifici dimostrano. Serbami ancora intiere alcune volte sotterra di queste che sono molte una cala nell'altra, e ciò scorgesi da alcune aperture fattevi da certi da poco tempo in qua i quali, volendosi far richi, per vie non usitate ricevettero bastonate da mano più che ordinaria et il perché si dirà in appresso.
Sono ivi anche muri dì un antico tempio la di cui fama è che fusse consecrato a Giove et ivi si adorasse pure la capra d'oro.
Sono vari e molti gli edificii che in questi siti sepolti ancora si ritrovano, ma restano più raguardevoli per il tesoro che ivi giace sepolto quale ha comprato a molti molte sciagure. Questo tesoro per antichissima tradizione consiste in una capra d'oro massicio, con due carbonci (n.d.r. = grossi rubini) di estraordinaria grandezza per ochi quali sono tre tesori in un sol tesoro. Alcuni che pochi anni sono et ancor vivono ne ebbero notitia per arte magica da pratico in sì infame mestiere, e con suoi incantesmi glielo fe' anche vedere, et asseriscono, se si deve dar fede a mendaci et al padre delle menzogne, di aver visto la detta capra di oro che un occhio resta coperto da poca terra ivi aggroppata da un stilicidio di aqua e terra che dal sopra posto volto distilla; esservi inoltre molte altre verghe d'oro et un vago bicchiere di osso di alicorno lasciato ivi da chi inaveduto, per prendere il tesoro, lasciò la coppa con la vita.
Sanremo - Piazza Eroi Sanremesi
sovrastata dal santuario della
Madonna della Costa.
Questi tali indotti alla presa di tal tesoro inorriditi s'astennero perché le bisognava far attioni da far arrossire l'istesso inchiostro, e ben certissimo si sa che ta uni ricevessero ivi sferzate in cavare e rompere quelle volte, altri per un subito temporale di pioggie e grandini corsero gran risigo di restarvi affogati, restando però molte campagne dalla grandine destrutte, et alcuni di essi ancor vivono intenti però a tutt'altro che a ricercar tesori. Dall'avidi di rìchezze che lasciano la vera e viva miniera di quelle per ricercarle da chi non le può dare che miserie e povertà, viene affermato tre tesori ritrovarsi in S. Remo e segnano il luogo come dicono essi nella Matutia il principale, cioè la capra d'oro; di contanti et in gran numero il secondo, e dicono essere in una pianura verso levante prima del capo e si suppone nelle rovine del primo seno; il terzo asseriscono in monte qua dicitur Costa distans a castro pochi sclopi occidentem versus, e questo vogliono che sii d'ori e gemme ivi sepolte per tema o de soldati o di peste.
Sanremo - La Pigna, la città vecchia,
fortezza medioevale sovrastata dai
giardini Regina Elena e dal
santuario della Madonna della Costa.
E nel territorio di S. Remo un campo detto Martio ove dicono che ivi seguisse una battaglia ove ferito e morto il capitano de Romani Martio lasciasse per memoria ivi il nome con la vita.
Le accennate vestigio quali o palesi si vedono o sepolte riposano nellì sodetti siti unite alii loro nomi antichi la propria impresa di Ligure alla quale i Palestini et Egitii nostri antichi e per diferentiarsi anche già che il terreno de vicini come segna Cimiamo Marini non è ferace di palme, ma è solo proprio del territorio di S. Remo, unirono nella loro impresa la palma al leone e tutto insieme servono in argomento fortissimo per provare una antiquità venerabili.
Sanremo - Mappa della Pigna, la città
vecchia, fortezza medioevale
sovrastata dai giardini Regina
Elena e dal santuario della
Madonna della Costa.
Accordato poi che tre fussero le popolazioni, come si disse, si accordarà subito li nomi che quasi simili se ben vari nel suo fonte furono dati variamente dalli sacri e profani scrittori all'antico e nostro territorio: "oppidum Matutianum" vien detto dal Breviario Genovese nelle lettioni del secondo notturno delle feste de SS. Siro e Ramalo atti 7 di luglio, il primo atti 3 di ottobre il 2° seguitato dall'Ughello nell'Italia sacra, dal B. Giacomo della Voragine nella Vita di essi santi, dal vescovo di Nebio il Giustiniani e dal vescovo di Mantova Francesco Gonzaga; "Castello di Mauticio" dal Foglietta ne suoi elogi; "Castel di Matuto figlio dell'Aurora" da Carlo Sforza nel suo poema; "Castel di Maturo " dall'abate Grossi; "Castel di Matutio " dal Stelle e molti altri scrittori; "Castello Matuto" da Giulio di Ravenna nella sua Italia, onde può affermarsi esser stato vero il nome di "Castello di Matuta"per ivi adorarsi quella dea.
Statuetta di Mater Matuta, che nella
cultura romana era la dea del Mattino
o dell'Aurora. La sua festa (Matrialia)
veniva celebrata l'11 giugno. Al suo
culto erano ammesse solo le donne
vergini o sposate una sola volta,
il cui marito era ancora vivo.
Le donne schiave ne erano
severamente escluse.
Il Castello di Matucio, per essere ivi abitato Lucio Mauticio proconsole romano, primieramente vi venne Caio Mario flamine di Matuta in Roma detto Gneio Mario flamine Matutio e per esservi finalmente stato Caio Mario Maturo, proveditore delle armate romane nella Francia come di essi tutti dirassi in appresso e da questi nomi tutti Teodolfo, vescovo di Genua, l'anno 937 in una lettera che scrisse ad Ottone il Grande disse delle nostre spiaggie: "In Matutianensibus finibus" ecc.
Che li soddetti personaggi volessero eternare i loro nomi con darlo a questi popoli chiaramente si vede mentre li primi eran detti Liguri, ma con qualche particolarità che sarebbe fuor del nostro intento ridirli.
Li nostri furon detti liguri Focensi contro de quali da Romani fu mossa guerra l'anno 550 di Roma come segna. Questi Focensi, per schivare il furor di Ciro che manometteva l'Egitto lasciarono il proprio paese, passarono ad altre provincie come nella Corsica della quale si resero padroni: così l'accerta Luca da Cinda nelle sue relazioni dal tìtolo Costumi della Corsica, pag. 495; fondarono Marsiglia in Provenza l'anno del mondo 3.427, Olimpiade 60, come segna il Lualdi al lib. 2 cap. 7 e pag. 7 dell'Origine della cristiana religione in occidente et in altri province, come in Calabria come all'istesso.
Molte famiglie de Focensi si trattennero quivi et ivi fabrìcaronsi le loro abitatìoni che Focidi dissero o Focea come piace all'abate Grossi. A questa venuto Caio Mario cavagliere romano del cavallo pubblico e pontefice della dea Matuta, cercando un aria salubre per le sue infirmità ritiratosi nella Focide, la redificò, l'abbellì, vi fece il suo castello con una bella villa che indi villa Matutiana detta, die il nome al restante, indotto forse anche perché in queste parti si adorasse la dea a cui serviva. Che fusse tale ne l'assicura una lapide di antichissimo marmo in cui Caius Marius flam. Matut. eques romanus; che fra l'infinità de dei adorati da Romani vi fusse Matuta il segna il Foresti nella Monarchia romana al tit. Notitie di Roma, lib.15, pag. 111. 
Vi è altra memoria di Caio Giulio Cesare su il monte detto da esso Caio e corrottamente Gaggio, et è come segue.
Carta della Liguria di Ponente in età Romana, con il
dipartimento delle Alpi Marittime e i maggiori centri
dell'epoca.
Finalmente a tempi di Ottone, Vitellio e Vespasiano imperatori romani Mario Maturo, procuratore e presidente delle Alpi Marittime, nella Riviera di Ponente, anzi nel nostro territorio e castello risedeva et ancor esso die il nome al nostro castello di Maturo detto Castello Maturiano. Che fusse et abitasse il nostro castello lo fa manifesto Tacito al lib. 3 delle sue Istorie ove segna che Fabio Valente, uno de generali di Vitellio, spinto dal seno di Pisa per borrasca al Porto di Monaco, non molto ivi lontano eravi Mario Maturo: "Fabius Valens e sinu Pisano saevitie maris aut adversante vento Portum Herculis Monoeci depellitur, haudprocul agebat Marius Maturus Alpium Maritimarum procurator". Indi l'avisò a non inoltrarsi a tentar la Provenga inimica a Vitellio: "Marius Maturus Valentem exceptum ne Galliam Narbonensem temere ingrediretur monendo terruit nam circumiectas civitates Valens Paulinus strenuus miles et Vespasiano antefortunam amicus in verba eius adegerat", et in quel tempo e poco doppo, come segna il Ganduccio, in XXmiglia fu uccisa nel tempio di Giunone la madre dell'imperatore Ottone: dal che si vede che Mario Maturo abitò per longo tempo nel nostro castello della Foce, dando ancor esso alli nostri Liguri Focensi il nome di Maturiani, et esso anche abitava il paese libero e neutrale d'Ottone e Vitellio perché non averebbe tolerata la morte della madre dell'imperatore se avesse abitato in XXmiglia, e questi sono li nomi antichi quali durarono al nostro castello sino allo nome glorioso di S. Romolo che si dirà in appresso.
All'antichità corrisponde anche la libertà incorporata a quella con li propri natali, come la spiegarono ne suoi stendardi i nostri primi padri, e se la libertà è come la definì Cicerone nel suo ultimo paradosso: "Quid est libertas potestas vivendi utvelis", ha pochi pari S. Remo nella riviera per la libertà, mentre sempre è vissuto e vive con quelle sole leggi che vuole et a se stesso prefige: libertà se bene fu odiata fu sempre però da San Remesi e Focesi o Maturiani, come i primi mantenuta e conservata con l'opre e col sangue.
Se questa, goduta anche in tempo de Romani, fu per qualche poco di tempo sbatuta, non giaque mai però abatuta perché subito fu restituita e conservata anche dopo la luce del Vangelo in faccia dell'idolatrìa e sotto la protettione de medemi passata l'istessa protettione a persone sante et ecclesiastiche, e quando queste tentarono farle qualche torto furon necessitati a lasciar con la loro protettione tutto quello che unito vi avevano come si narrava il successo in appresso.
Carta della Liguria in età Romana, con i maggiori centri dell'epoca,
fra cui Villa Matuciana, poi Civitas Sancti Romuli e oggi Sanremo.
Legenda dei nomi al tempo
dei Romani e attuali.














Per sincerare tutto ciò, deve sapersi che la riviera di ponente a tempo de Romani e Cartaginesi era amica a quelli che più le piaceva: i Liguri Genoati, con tutti quelli che abitavano sino ad Albenga, erano aderenti a Romani; gl'Ingauni, Focesi et Intemeli de Cartaginesi, e Magone al parere di quasi tutti li scrittori, distrusse Genova per esser amica de Romani per decreto de quali fu poi riedificata. Contro gli Inganni et soddetti presero le armi i Romani et Appio Claudio al detto di Stef. Vivand., Annot. Mag. Rom., investì li Focesi l'anno di Roma 550. Quante percosse dessero e ricevessero i Romani in queste parti lo certifica Livio in più luoghi e tempi, il Sigonio, Plutarco in Vita Pauli Emili, lo Stadio, Sopra Fioro, lib. 2, cap. 3.
Sotto la condotta poi di Marco Flaminio e di Marco Emilio non piegarono il capo, se non dopo sette anni di continuata guerra nel qual tempo non passò né meno una settimana sola che non seguisse qualche conflitto. Onde Flaminio, allor che in senato dava conto dell'operato, disse non esser stati vinti i Liguri dalla forza, ma dalla sola mala fortuna: così Paulo Manutio, Com. *gart. triumph. Romanorum, ove si vede quello che operasse il senato verso de loro dei per tal vittoria. Distrutta Cartagine non si distrasse però mai l'ardire de nostri Liguri e quanto operassero per la loro libertà con armate di mare et intera vedi li citati auttori; che questi Liguri fussero li nostri Focensi ** si vede chiaramente da Livio, lib. 4 ove: "Massilienses de Ligurum navibus quaerebantur".
Carta della Liguria, IX Regio dell'Italia di Augusto, nell'anno 6 d. C.,
con indicati i nomi delle varie popolazioni di Liguri.
Il Sigonio ne Fasti ab urbe condita 599 così segna: "i Liguri infestavano Antiboli e Nizza terra de Marsigliesi", come lo segna Strabone nel lib. 4: "Massilienses condiderunt Niceam adversus Ligures Alpes incolentes", sì che, essendo gl'altri Liguri amici de Romani li nostri soli erano contrari a quelli et alii suoi confederati, e sempre gl'infestavano sin che si rinovasse quel decreto che registrò Livio, dece. 3 lib.: "placuisse senatui eos a Marco Popilio restituì in libertatem".
E questo solo basta per provare la primiera libertà alla quale furon restituiti, ma di più vollero i Romani averli per suoi amici, suoi concitadini e dichiararli municipi.
In prova di che vedasi il citato Ganducio qual cita molti auttori quali segnano i municipi della riviera di ponente, e quantonque non segni preciso il nome delle città, le fa cognoscere dalle qualità de medemi municipi. [...]"...

Carta della Liguria, IX Regio dell'Italia di Augusto, anno 6 d. C., percorsa
dalla via Julia Augusta, oggi chiamata Strada Statale 1 Aurelia.  



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Il passaggio di Ercole (Heràcle) dal ponente ligure

Antica rappresentazione di Ercole
che uccide il leone di Nemea.
Nell'età antecedente l'impero Romano era nota la Via Eraclea che, passando nella Riviera dei Fiori del Ponente Ligure, ha determinato una serie di toponimi dall'Alpe Summa (La Turbie, nel Principato di Monaco) al Monte Bignone, nel nord-ovest di Sanremo.
La prima citazione sull'esistenza di un tracciato viario, che avesse percorso la costa del Mar Ligure, attraversando il territorio intemelio di Ventimiglia, è dello storico e viaggiatore greco Posidonio,  vivente fino all'anno 50 e.V., nell’isola di Rodi. Questi segnalò la presenza, fin dal secondo secolo prima di Cristo, di una strada tra Piacenza e Marsiglia, che valicava l’Alpis Summa, l’odierna Turbia, conosciuta col nome di Via Heraclea o Herculea, giacché si voleva tracciata dall'eroe greco nel corso del suo ritorno dalla decima fatica, quando andò a rapire la mandria di buoi a Gerione, nell’isola di Erizia, sulle sponde dell’Atlantico.
Ercole, o Heracle.
La via Heraclea o Herculea conduceva dall’Italia fino ai Celtoliguri, alla Celtica ed agli Iberi. Se qualche Greco o indigeno vi passava, era sorvegliato dalle popolazioni vicine, in modo che non subisse alcun torto: infatti, questi popoli, pagavano un’ammenda per le persone a cui era recato danno. Come riporta Apollonio Rodio, anche Giasone con gli Argonauti vagava, dalle foci del Rodano, verso levante e solo con l’aiuto di Era, sarebbe riuscito a passare incolume nel bel mezzo dei mille popoli Celti e Liguri, fino all’Etruria. 
 " … come vengono cantate fedelmente le grandissime insegne della nave Argo, oltre questo mare, presso la terra Ausonia e le isole Liguri, che sono chiamate Stecadi... "
"… e le isole Liguri: presso l’Italia vi sono tre isole, abitate da Liguri, dette anche Stoichades, o Stecadi, per la loro disposizione in fila": sono le Isole d’Hyeres.

Le isole di Hyères, le antiche Stecadi. In rosso l'ubicazione
di La Turbie e in giallo con "A" il Monte Bignone che
sovrasta Sanremo.

Nei pressi di Marsiglia, la strada percorsa da Ercole, sarebbe transitata per la regione de La Crau, dove avvenne la battaglia dei Campi Lapidarii, combattuta dall’eroe contro i Liguri, guidati dai giganti Albione e Dercino. Qui Zeus fece piovere sassi in soccorso del suo pupillo in difficoltà. Dopo quell’avventura, l’eroe avrebbe trovato sollievo a Monaco, che da lui prende nome, giacché, dai massalioti, gli antichi marsigliesi, veniva chiamata Portus Hercules Monœaci, per il fatto che vi si celebrava l’ermafroditismo insito in quel mitico personaggio.
Antonio Pollaiolo:
"Ercole e Idra".
Non si sono mai trovati riscontri del tempio che si dice lo celebrasse, avendolo cercato sulla Rocca, sulla Turbia e persino su Mont’Agel, tutti luoghi dall’intenso fascino paesaggistico, ma soprattutto segnati da evidenti forze geomagnetiche, intese da sempre, che rendono il sito un territorio d’eccezione, dal punto di vista esoterico, fino ad eleggerlo a sito della celebrazione di Ottaviano Augusto, imperatore.
In Egitto per tutto l’inverno del 30 e la primavera del 29 p.e.V., risolto l’assetto dell’Oriente, Ottaviano fece ritorno a Roma il 13, 14 e 15 agosto di quell’anno, per celebrare tre magnifici trionfi delle vittorie riportate in Dalmazia, ad Azio ed in Egitto. Attuò donativi ai veterani ed ai poveri adoperando i tesori di Cleopatra; indi, alla fine dei tre giorni di feste, consacrò il tempio dedicato a Cesare. Come aveva già fatto Pompeo Magno, anche Augusto, in quell’occasione, aveva fatto coincidere il suo triplice trionfo con le feste celebrate a Roma in onore di Eracle, il 12 agosto in onore di Heracles Invictus ed il giorno successivo 
Tivoli - Tempio di Ercole vincitore.
in onore di Heracles Victor, l'Eracle vincitore.
Dalla Turbia, Heracle avrebbe seguito i crinali che scavalcano il Granmondo o la Longoira per calarsi verso il guado nel fiume Roia in relazione ai crinali che si dipartono dalla Collasgarba, sito abitato fin dalla remota antichità.  Una sosta sulla collina delle Mauře, che avrebbe potuto dar valore semantico al sito oggi “San Giacomo”, nel senso di Colla Heraclea e relativo tempietto dedicato ad Heracle, per quell'occasione; un faunum  in pietra, che sarebbe sorto in rilevante ottica con Monaco e la Turbia.

La Liguria intemelia, la cui capitale è Ventimiglia, va da La Turbia
(l'attuale La Turbie, a nord di Montecarlo) al torrente Impero (a Imperia).
Si vedono i monti Grammondo, Saccarello e Bignone.

Ercole e Telefo, suo figlio.
Ancora nel 1498, la chiesetta a cavaliere della colla Mauře era aperta al culto di San Cristoforo, che dava il nome alla medesima, intera collina. Con l’avvento del cristianesimo, San Cristoforo aveva assunto i caratteri formali di Heracle, come lui gigantesco e come lui ritratto mentre porta sulle spalle un fanciulletto divino. È infatti assai nota la statua greca, scolpita da Fidia, dove Heracle trasporta Heros in spalla, oltre il fiume, dalla quale nasce l'agiografia di San Cristoforo.
Tiziano Vecellio:
"San Cristoforo".
Altro sito in ottica con San Giacomo e la Turbia, proseguimento ideale della via Heraclea, è Seborga, per andare avanti sui crinali del Caggio, verso il Ceppo e le dorsali dell’Argentina, onde scansare l’impenetrabile Lucus Bormanus, la foresta costiera che da Montenero sarebbe stata estesa fino a Diano Marina, dove se ne conserva il ricordo toponimico.
I percorsi trasversali alle evidenze vallive, lungo la costa del mare, non venivano quasi mai disposti per attraversare i corsi d'acqua presso la foce, perché è risaputo come i guadi migliori si rintraccino nei punti mediani del corso finale, ma soprattutto per non dar spazio ad eventuali assalti pirateschi, sempre in agguato in luoghi di attraversamento forzato.

Napoli - L'Ercole Farnese. La statua dell'eroe Eracle, è detta "Eracle
Farnese" per la sua lunga permanenza nel cortile di Palazzo Farnese.
Rinvenuta nel 1546 presso le Terme di Caracalla in Roma, la statua
è oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Corrisponde a una copia del II secolo d.C. dell'originale in bronzo
di Lisippo (IV secolo a.C.). Da notare, sulla roccia sotto la clava,
la firma del copista, Glicone scultore ateniese del II secolo d.C.
Qui Eracle è rappresentato dopo la sua ultima fatica, la mano
destra dietro la schiena tiene i pomi d'oro rubati nel giardino
delle Esperidi. Dopo la fatica Eracle si riposa appoggiandosi
ad una roccia dove ha posato la sua clava e la leonté (quest'ultima,
la pelle del Leone nemeo, frutto della sua prima fatica).
Lo confermerebbero la Tavola Peutingeriana e l’Itinerario Antonino che pongono sulla costa: Vado, “Pullopice”, Albenga, “Luco Bormani” e poi Ventimiglia, prima di “Lumone” ed “Alpe Summa”.

La Liguria antica, con i nomi in età romana.

Carta della via Eraclea fra Costa Azzurra e Ponente Ligure.
In rosso l'ubicazione di La Turbie e in giallo con "A"
il Monte Bignone che sovrasta Sanremo.

Fonte dell'articolo:
http://www.cumpagniadiventemigliusi.it/Strada_Herculea/Via_Heraclea.htm



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